Racconto d’inverno (The Winter’s Tale) è una tragicommedia o commedia romantica, scritta nel 1611 da uno Shakespeare maturo che, tra viaggi in mare e salti temporali, ci conduce all’interno di questa grande favola con uno sguardo privo di giudizio.
Racconto d’inverno è diviso in due parti: nella prima ci sono tutti i connotati della tragedia, mentre nella seconda la trama si svolge fino al lieto fine. Il sospetto del tradimento, la richiesta dell’avvelenamento, l’inimicizia che esplode tra i due re, vecchi amici, colorano di tinte fosche il dramma, preparando lo spettatore ad un epilogo tragico. Ma nella seconda parte entrano in scena numerosi elementi che modificano l’intreccio dell’opera: scene bucoliche e pastorali vengono allegramente arricchite da canzoni e danze, nelle quali appaiono anche dei satiri, personaggi tipici della commedia antica.
Personaggi
LEONTE, re di Sicilia
MAMILIO, suo figlio, principe di Sicilia
CAMILLO
ANTIGONO, nobili siciliani
CLEOMENE
DIONE
POLISSENE, re di Boemia
FLORIZEL, suo figlio
ARCHIDAMO, nobile boemo
UN VECCHIO PASTORE, presunto padre di Perdita
UN CONTADINO, suo figlio
AUTOLICO, vagabondo
UN MARINAIO
UN CARCERIERE
ERMIONE, regina di Sicilia, moglie di Leonte
PERDITA, sua figlia e di Leonte
PAOLINA, moglie di Antigono
EMILIA, dama di compagnia di Ermione
MOPSA
DORCA, pastorelle
IL TEMPO (in funzione di CORO)
Altri nobili e dame, ufficiali, servitori, pastori e pastorelle.
ATTO I – Racconto d’inverno
Scena I
Archidamo e Camillo discutono dell’amicizia tra i re di Sicilia e Boemia. Archidamo osserva quanto la Boemia sia diversa dalla Sicilia e teme di non poter accogliere il re siciliano con lo stesso splendore. Camillo lo rassicura, ricordando il profondo legame che unisce i due sovrani fin dall’infanzia: una fratellanza che resiste alla distanza grazie a continui scambi e affettuosità. Parlano anche del giovane principe siciliano, ricco di promesse e speranza per il popolo, tanto che molti anziani desiderano vivere abbastanza a lungo per vederlo crescere.
Scena II
Polissene vorrebbe tornare in Boemia, temendo per gli affari del suo regno e per non abusare dell’ospitalità siciliana; Leonte tenta di trattenerlo, ma senza successo. Interviene allora Ermione, che con affabilità e arguzia riesce a convincerlo a restare ancora qualche giorno. Mentre i due conversano affettuosamente ricordando la loro infanzia con Leonte, quest’ultimo, osservandoli, viene preso da un violento sospetto di gelosia e inizia a credere che la moglie lo tradisca con Polissene. Dentro di sé immagina segni, gesti e complicità che lo esasperano, fino a convincersi della propria condizione di “cornuto”. Quando Polissene ed Ermione si allontanano, Leonte sfoga la sua gelosia ferita con il figlio Mamilio e poi con Camillo, lasciando trapelare la sua convinzione che la regina abbia tradito e che tutti lo stiano deridendo.
Leonte interroga Camillo e, accecato dalla gelosia, lo accusa di non voler ammettere l’evidente adulterio tra Ermione e Polissene. Camillo cerca di dissuaderlo, ma il re insiste e gli ordina di avvelenare Polissene. Camillo, sconvolto ma timoroso, finge di accettare. Quando incontra Polissene, gli rivela il pericolo: il re è convinto del suo tradimento e ha decretato la sua morte. Polissene, sconvolto dall’assurdo sospetto, accetta la fuga proposta da Camillo. I due decidono di lasciare la Sicilia quella notte stessa, salvando la vita del re e ponendo Camillo in aperto contrasto con Leonte.
ATTO II – Racconto d’inverno
Scena I
Ermione gioca con il figlio Mamilio e le dame, quando entra Leonte, furioso dopo la fuga di Polissene e Camillo. Convinto sempre più del tradimento, accusa violentemente Ermione davanti alla corte, strappa a forza il figlio dalle sue braccia e la dichiara adultera e cospiratrice. Ermione, dignitosa e ferita, nega con fermezza ogni colpa, ma il re ordina comunque che sia condotta in prigione. I nobili e Antigono tentano di difenderla, dichiarando la loro certezza della sua innocenza, ma Leonte, accecato dalla gelosia, respinge ogni consiglio. Rivela infine di aver mandato messaggeri all’oracolo di Delfi per ottenere una conferma divina delle sue accuse, mentre Ermione viene portata via sotto scorta.
Scena II
Paolina si reca in prigione per vedere Ermione e convincere il carceriere a farle visita. Scopre da Emilia che la regina, sconvolta e maltrattata, ha partorito prematuramente una bambina. Indignata per l’ingiustizia subita da Ermione, Paolina decide di prendere con sé la neonata e presentarla a Leonte, sperando che l’innocenza della piccola possa intenerire il re e farlo rinsavire. Emilia approva l’idea e va ad avvertire la regina, mentre Paolina si prepara a portare avanti con coraggio questa delicata missione.
Scena III
Leonte, tormentato dall’insonnia e sempre più accecato dalla gelosia, medita persino la morte di Ermione. Mentre delira sul presunto adulterio, arriva Paolina portando la neonata della regina per intenerirlo e difendere l’innocenza di Ermione. Leonte, furioso, la insulta e rifiuta di riconoscere la bambina, accusando tutti di tradimento. Antigono e i nobili tentano di intercedere, ma il re resta irremovibile. Infine costringe Antigono a giurare di portare la piccola in un luogo remoto e abbandonarla. Dopo che Antigono esegue l’ordine, arriva la notizia del ritorno dei messaggeri da Delfi; Leonte convoca un processo pubblico per giudicare Ermione, deciso a ottenere conferma dell’oracolo riguardo al suo sospetto.
ATTO III – Racconto d’inverno
Scena I
Cleomene e Dione rientrano da Delfi entusiasti per la sacralità del tempio, la solennità dei riti e la maestosità della voce dell’oracolo. Sperano che il responso divino possa finalmente scagionare Ermione e porre fine alle accuse contro di lei. Convinti che l’oracolo rivelerà la verità e porterà chiarezza, si affrettano a tornare in Sicilia con il responso, augurandosi che tutto possa risolversi per il meglio.
Scena II
Leonte convoca una corte pubblica per processare Ermione, accusata di adulterio con Polissene e di cospirazione con Camillo. Ermione si difende con dignità, proclamando la propria innocenza e appellandosi all’oracolo di Apollo. Cleomene e Dione portano il responso dell’oracolo, che conferma la castità di Ermione, l’integrità di Polissene e la lealtà di Camillo. Nonostante la prova divina, Leonte inizialmente rifiuta di credervi. Poi viene annunciata la morte del loro figlio Mamilio per il dolore, e Ermione sviene. Paolina rimprovera Leonte per la sua tirannia e crudeltà, sottolineando le tragedie causate dalla sua gelosia. Infine, Leonte accetta l’orrore delle sue azioni e si prepara a vegliare sulle tombe della regina e del figlio, consapevole della sua responsabilità e della vergogna eterna.
Scena III
Antigono approda in una spiaggia deserta della Boemia per obbedire all’ordine di Leonte: abbandonare la neonata di Ermione. Dice addio alla piccola raccontando di aver visto in sogno la regina, che gli aveva chiesto di chiamarla Perdita. Dopo averla lasciata con alcuni oggetti e del denaro, Antigono viene assalito da un orso e muore. Subito dopo arrivano un Pastore e un Contadino: il primo trova la bambina e il fagotto pieno d’oro e decide di adottarla; il secondo racconta di aver visto la nave di Antigono affondare durante la tempesta e l’orso sbranare il nobile. I due uomini comprendono che la piccola è un dono della fortuna e decidono di portarla a casa e tener segreta la scoperta.
ATTO IV – Racconto d’inverno
Scena I
Entra in scena il Tempo, che funge da coro. Annuncia di voler far avanzare la storia di sedici anni, prerogativa che solo lui possiede. Spiega che in questo lungo intervallo Leonte, colmo di rimorso per la sua gelosia, vive ritirato dal mondo, mentre in Boemia sono cresciuti due giovani: Florizel, figlio del re, e Perdita, la bambina abbandonata, divenuta ora splendida e piena di grazia. Il Tempo invita quindi il pubblico a seguirlo nel nuovo corso degli eventi, dove Perdita, creduta figlia di un pastore, sarà al centro della vicenda che sta per riprendere.
Scena II
Camillo chiede a Polissene il permesso di tornare in Sicilia dopo quindici anni, desideroso di rivedere la sua patria e di aiutare Leonte nel suo pentimento. Polissene però lo supplica di restare, perché dipende da lui e dai suoi servigi. Parlando poi del figlio Florizel, confessa la propria preoccupazione: il giovane da qualche tempo si allontana dalla corte e frequenta la casa di un pastore improvvisamente arricchito, che ha una figlia di straordinaria bellezza. Polissene teme che Florizel ne sia innamorato. Decide quindi di travestirsi e, con Camillo, andare a scoprire di persona la verità.
Scena III
Autolico, un truffatore girovago travestito da mercante, canta e racconta la sua vita da imbroglione mentre vaga per la campagna. Incontra il Contadino, che sta andando a comprare provviste per la festa della tosatura. Fingendosi derubato e malmenato, Autolico inscena una finta sofferenza per impietosirlo. Mentre il Contadino lo aiuta a rialzarsi, Autolico gli ruba di nascosto il borsello. Dopo averlo ingannato del tutto, lascia andare il giovane e si compiace del furto appena compiuto, deciso a presentarsi anche alla festa per commettere nuovi imbrogli.
Scena IV
Durante la festa della tosatura delle pecore in Boemia, Florizel (travestito da pastore Doricle) e Perdita appaiono in scena: lui ammirato dalla sua bellezza, lei imbarazzata per lo scambio dei loro ruoli sociali. Perdita teme che il re, padre di Florizel, possa scoprirli e opporsi al loro amore, ma Florizel la rassicura: è disposto a sfidare il destino pur di stare con lei.
Alla festa arrivano ospiti, tra cui Polissene e Camillo, anch’essi mascherati. Perdita accoglie tutti distribuendo fiori scelti con cura secondo età e simboli, mostrando grazia e nobiltà naturale. Polissene rimane colpito dalla sua eleganza, che sembra superiore alle sue origini. Florizel e Perdita, innamoratissimi, finiscono per danzare insieme mentre gli altri commentano la straordinaria raffinatezza della giovane.
Alla festa della tosatura, Polissene — ancora travestito — chiede informazioni sul giovane Doricle (Florizel) e sulla sua relazione con Perdita. Intanto arriva il vagabondo Autolico, che intrattiene i presenti vendendo merce e ballate e convincendo il contadino e le ragazze a comprare da lui.
Polissene osserva l’intimità crescente tra i due giovani e, temendo che la situazione sfugga al controllo, li mette alla prova. Florizel allora dichiara pubblicamente il suo amore per Perdita e chiede al padre di lei di unirli in fidanzamento. Il pastore accetta, ma a quel punto Polissene si rivela e si oppone furiosamente: rimprovera il figlio per voler sposare una semplice pastora e minaccia di punire sia lei sia la sua famiglia, mentre Perdita resta sconvolta.
Polissene si infuria: minaccia Perdita, il pastore e soprattutto Florizel, ordinandogli di tornare a corte e proibendogli per sempre di rivedere la ragazza, pena la perdita dei diritti ereditari. Quando se ne va, Perdita è disperata e il pastore si sente condannato.
Florizel però resta fermo nel suo amore e rifiuta di sottomettersi al padre. Camillo, vedendo la crisi, lo consiglia di non farsi trovare dal re e cerca una soluzione. Florizel gli confida che vuole fuggire con Perdita.
Camillo allora elabora un piano: i due giovani dovranno partire per la Sicilia e presentarsi a Leonte come se fossero stati mandati dal re di Boemia. Camillo promette di placare Polissene e di fornire ai fuggitivi abiti e mezzi adeguati grazie ai suoi averi rimasti in Sicilia. Florizel e Perdita accettano, pieni di gratitudine e speranza.
Mentre i tre discutono in disparte, arriva Autolico, ignaro di tutto, compiacendosi dei suoi raggiri e delle vendite appena concluse.
Autolico si vanta dei furti che ha commesso durante la festa, approfittando della distrazione generale. Quando Camillo, Florizel e Perdita riappaiono, Camillo riconosce in lui un’occasione utile: gli propone di scambiare i vestiti con Florizel affinché il principe possa partire travestito. Autolico, pur sospettoso, accetta in cambio di denaro. Anche Perdita viene camuffata.
Dopo la partenza dei tre verso la nave, Autolico origlia tutto e comprende il piano della fuga. Poco dopo arrivano il pastore e suo figlio, preoccupati per le minacce ricevute dal re. Discutono se andare a rivelargli che Perdita non è figlia loro, ma una trovatella trovata da neonata.
Autolico, ora in abiti “da cortigiano”, li inganna fingendosi un uomo influente: li spaventa con assurde descrizioni delle torture che li attenderebbero e li convince a dargli del denaro perché li conduca al re. Quando i due, terrorizzati, gli consegnano i soldi e seguono le sue indicazioni verso la spiaggia, Autolico resta solo, compiaciuto: potrà portare quei due “sciocchi” sulla nave del principe, guadagnandoci denaro e forse anche un favore presso Florizel.
ATTO V – Racconto d’inverno
Scena I
A corte in Sicilia, Leonte continua a tormentarsi per la morte di Ermione e Paolina lo esorta a non risposarsi, ricordandogli la profezia dell’oracolo: egli non avrà eredi finché la figlia perduta non sarà ritrovata. Leonte giura di non prendere moglie senza il consenso di Paolina.
Arrivano Florizel e Perdita, che si presentano come inviati ufficiali del re di Boemia. Leonte li accoglie con grande affetto, colpito dalla bellezza e nobiltà della giovane. Ma poco dopo giunge la notizia sconvolgente: Polissene è a Sicilia e chiede che Florizel sia arrestato perché è fuggito con la figlia di un pastore.
Il piano di Camillo è quindi scoperto. Perdita teme per il padre adottivo, Florizel implora aiuto; Leonte, commosso, decide di andare incontro a Polissene e intercedere per i due innamorati.
Scena II
Davanti al palazzo di Leonte, vari gentiluomini raccontano ciò che hanno appena visto: il vecchio pastore ha rivelato come trovò anni prima la neonata Perdita, e tutti gli indizi – mantello, monile, lettera di Antigono – confermano che la giovane è davvero la figlia perduta del re di Sicilia. L’oracolo si è dunque avverato.
I gentiluomini descrivono l’emozionante incontro tra Leonte, Polissene, Florizel e Perdita: i due re si commuovono, Leonte chiede perdono e riabbraccia la figlia, mentre Paolina vive insieme gioia e dolore ricordando la morte di Antigono. Si apprende anche il destino di quest’ultimo: è stato sbranato da un orso, e la sua nave è naufragata.
Tutti vanno alla casa di Paolina per vedere la celebre statua di Ermione scolpita da Giulio Romano. Autolico, rimasto solo con il pastore e il contadino ormai divenuti “gentiluomini”, cerca di farsi perdonare e raccomandare a corte. I due, pieni di entusiasmo per la loro nuova condizione, lo rassicurano e lo conducono con sé a vedere la statua della regina.
Scena III
Leonte, con la famiglia ritrovata e gli amici, visita la cappella di Paolina per vedere la statua di Ermione. La scultura è così perfetta da sembrare viva, e Leonte ne è profondamente turbato e commosso, colmo di rimorso per il male che le fece. Paolina, dopo averli preparati allo stupore, fa suonare la musica e – tra lo sbigottimento generale – la statua prende vita: Ermione scende dal piedistallo, viva.
Maria e figlia si riabbracciano; Ermione benedice Perdita e spiega di essere rimasta nascosta e protetta da Paolina, sostenuta dalla speranza data dall’oracolo. La gioia è generale: i due re si riconciliano pienamente, Leonte presenta a Ermione il genero Florizel, e Paolina viene promessa in sposa a Camillo come segno di riconoscenza. Tutti escono per celebrare e raccontarsi quanto accaduto negli anni della loro separazione.
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(SFA, “Storia del Teatro” – Relazione a cura di Alice Cavazzini)

